Quando per la prima volta mi rendo conto coscientemente – il secondo o terzo giorno – che maiali dissanguati, bruciati e segati continuano a contrarsi e a muovere le code, rimango paralizzata. ‹Loro ... loro si contraggono ancora...› dico a un veterinario che passa benché io sappia che sono soltanto i nervi. Egli sghignazza: ‹Maledetti, qualcuno deve aver commesso un errore – questo qui non è ancora completamente morto!› Un polso spettrale fa tremare le carcasse animali – dappertutto. Uno scenario apocalittico. Mi sento gelare fino al midollo.

Non fare questa faccia da funerale. Sorridi. Volevi diventare veterinaria a tutti i costi, vero?›

Tornata a casa, mi butto sul letto e fisso il soffitto. Ore e ore. Ogni giorno. Le persone più vicine a me reagiscono con irritazione. ‹Non fare questa faccia da funerale. Sorridi. Volevi diventare veterinaria a tutti i costi, vero?› Veterinaria. Non macellaio. Non lo supporto. Questi commenti. Questa indifferenza. Questa naturalezza con cui si accetta la morte. Voglio, devo parlare, devo sfogarmi. Soffoco per tutto questo. Vorrei raccontare del maiale che non era più in grado di camminare, che è rimasto seduto con le zampe posteriori divaricate e che pestavano e picchiavano finché non sono riusciti a spingerlo a bastonate nel box di abbattimento. Più tardi l’ho esaminato quando passava davanti a me, diviso in due parti: strappamenti di muscoli su entrambi i lati nella parte interna delle cosce. Era il numero 530 degli animali macellati quel giorno. Questo numero non lo dimenticherò mai. Vorrei parlare dei giorni in cui venivano macellati i bovini, degli occhi bruni dolci e colmi di panico... ... dei tentativi di fuga, di tutte le bastonate e maledizioni fino a che lo sciagurato animale non si troverà finalmente in posizione, pronto per ricevere il proiettile captivo nello stabbio di ferro con vista panoramica che dà sulla sala dove i suoi compagni congeneri vengono scuoiati e tagliati a pezzi – poi il colpo mortale, subito dopo gli viene attaccata la catena alla zampa posteriore che solleva l’animale verso l’alto mentre questo tira calci e si contorce e mentre più in basso qualcuno comincia a tagliargli la testa. E ancora, senza testa, sputando un fiume di sangue, il corpo continua a impennarsi, le zampe continuano a scalciare ... Voglio parlare del rumore orrendamente schioccante quando un argano strappa la pelle dal corpo, voglio parlare dei movimenti automatici delle dita degli scorticatori quando strappano gli occhi – questi occhi strabuzzati venati di rosso, fuori dalle orbite – e li gettano in un buco nel pavimento, dove spariscono i ‹rifiuti›. Voglio parlare dello scivolo di alluminio sporco e viscido sul quale finiscono le frattaglie strappate dall’enorme cadavere decapitato e fatte sparire in una specie di tromba per lo scarico delle immondizie – eccezion fatta per fegato, cuore, polmoni e lingua, adatti al consumo.