Affondo le mani nelle tasche, mi costringo ad assumere un’espressione gentile e ad ascoltare il direttore del mattatoio che mi sta spiegando che già da molto tempo non si fanno più esami sanitari, ma solo un’ispezione degli animali vivi. 700 maiali al giorno, come fare? In ogni caso, non ci sono animali malati. Questi li rimanderemmo immediatamente indietro e il fornitore pagherebbe una multa salata. Lo farebbe un’unica volta e mai più! Annuisco pragmaticamente in segno di approvazione – tieni duro, devi solo tener duro, devi superare queste sei settimane -. Che cosa succede con i maiali malati? ‹Per quelli abbiamo un mattatoio molto speciale.› Mi vengono fornite informazioni in merito alle normative sul trasporto e sul fatto che oggigiorno si bada molto di più al rispetto delle disposizioni in materia di tutela degli animali. Queste parole pronunciate in un luogo come questo assumono un tono macabro. Nel frattempo il camion a due piani si è avvicinato alla rampa sotto di noi accompagnato dal disperato coro di grugniti del suo carico. Nell’oscurità mattutina è difficile identificare i dettagli; lo scenario ha un che di irreale e ricorda quei cinegiornali spettrali dell’epoca della Guerra, file di vagoni grigi pieni di visi pallidi e impauriti che si accalcano vicino alle rampe di caricamento, attraverso le quali uomini armati di fucili spingono un corteo di persone con il capo abbassato. E improvvisamente mi ritrovo in mezzo a tutto questo. Una cosa del genere è normalmente frutto di incubi dai quali ci si risveglia in un bagno di sudore. In mezzo alla nebbia che si diffonde, al freddo glaciale e alla sudicia penombra di questo fabbricato indicibilmente repulsivo, di questo blocco anonimo di cemento armato e piastrelle bianche, ubicato nell’angolo più recondito ai margini del bosco irrigidito dal freddo: è qui che succede l’inesprimibile, ciò che nessuno vuole sapere.

La prima cosa che sento quando arrivo quella mattina per iniziare il tirocinio obbligatorio, il cui rifiuto avrebbe significato perdere cinque anni di studi e veder fallire tutti i miei progetti per il futuro, sono le grida. Ma tutto in me – ogni fibra, ogni pensiero – è rifiuto, è ribrezzo e orrore e la sensazione di un’impotenza non più aumentabile. Il dover guardare, il non poter fare nulla, e la coscienza che mi costringeranno a partecipare e a imbrattarmi anch’io di sangue. Già da lontano, quando scendo dall’autobus, le grida dei maiali mi colpiscono come coltellate. Per sei lunghe settimane mi echeggeranno stridule nelle orecchie, ora dopo ora, senza tregua. Devo tener duro. Mi ripeto: prima o poi per te finirà , per gli animali mai.